La presa turca di Otranto
La
presa dei turchi rappresenta il momento più drammatico nella storia della
città. Forte di una flotta composta da 150 navi e da oltre 18000 soldati
(le fonti sul numero di abitanti che aveva all'epoca Otranto sono spesso
discordi, Bodini in un suo libro parla di 20.000 abitanti ma pare molto
più verosimile la cifra di circa 6.000) il 27 luglio 1480, Gedück Akmed
Pascià si presentò minaccioso sui mari di Otranto. La città all'epoca
risultava sguarnita per l'impegno profuso dal re di Napoli nella minaccia
del Regno di Lorenzo il Magnifico.
Così i pochi soldati presenti in città, guidati da Francesco Zurlo, poterono opporre una, sia pur tenace, ma vana resitenza. Così dopo giorni di assedio i Turchi riuscirono ad aprire un varco tra le mura della città in prossimità del castello e coperti dal fumo a salve dei loro cannoni, penetrarono nella città. Furono artefici di razzie indicibili su tutta la popolazione. Le donne e bambini, nei giorni seguenti, furono portate in patria, mentre le ragazze "furono ritenute ad uso loro" come riporta una testimonianza dell'epoca.
Ma il peggio doveva ancora venire. Dopo aver ucciso tutti i prelati e gli ebrei, condussero tutti gli uomini adulti sul colle della Minerva poco fuori della città. Qui imposero loro la conversione all'Islam pena la morte. Ma l'orgoglio e l'attaccamento alla fede cristiana degli otrantini andò oltre ogni minaccia, tanto che in 800, capeggiati da Antonio Pezzulla, si rifiutarono.
Dinanzi ad un simile affronto le ire dell'invasore si scagliarono forte contro i disobbedienti e fece decapitare tutti gli 800 otrantini. Il primo fu proprio Antonio Pezzulla, da qui il Primaldo, il cui corpo, come narra la leggenda, pur privo della testa non cadde a terra, malgrado i maldestri tentativi dei saraceni, prima che l'ultimo sacrificio umano fosse compiuto. Oggi la "pietra del martirio" su cui impattava la scimitarra saracena è conservata nella cattedrale di Otranto, in una cappella dedicata agli 800 martiri che riporta in dei grandi cassettoni verticali con anta in vetro, i loro resti.
La città rimase in mano turca per più di un anno e da essa il saraceno potè scorazzare e seminare terrore per tutta la Puglia. Lecce riuscì a salvarsi grazie al duca di Melfi che con le sue truppe occupò e difese la città. I principi italici impiegarono un pò di tempo per realizzare il pericolo che il saraceno nella penisola poteva esercitare. Difatti le mire espansionistiche di Maometto II che qualche decennio prima era riuscito a far cadere il millenario Impero Bizantino erano abbastanza chiare.
Con la complicità della Repubblica di Venezia che non aveva buoni rapporti col regno di Napoli, Gedück Akmed Pascià voleva continuare l'opera di conquista del suo sovrano. Solo dopo mesi e grazie anche alla pressione dello Stato Pontificio, si riuscì a coalizzare un esercito che nell'estate 1481 mise in assedio l'invasore turco. Il momento era anche favorevole in quanto nel frattempo era intervenuta la morte del monarca Maometto II e il progetto espansionistico ebbe una battuta d'arresto. Le truppe turche lasciate sole dalla madre patria non poterono fare altro che arrendersi. Ma il liberatore trovò una città distrutta e quasi del tutto priva dei suoi abitanti. Alcune fonti parlano di soli 300 cittadini maschi rimasti in vita più poche decine ancora che riuscirono ad avere salva la vita solo pagando l'occupante.
Ad ogni modo la conquista di Otranto fruttò all'invasore più di 60.000 ducati di cui 18.000 provenienti dalla locale chiesa. I corpi dei martiri, che rimasero sul colle per più di anno, furono trovati, con grande sorpresa del liberatore, incorrotti. Furono portati, come detto all'interno della città e conservati in cattedrale.